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Che significa vivere in un mondo silenzioso?
Molte volte me lo sono chiesto. Ho cercato di mettermi dei tappi nelle orecchie parlando attraverso quei gesti frenetici, però quello che ottenevo era solo lo sguardo compassivo di chi sordo lo era per davvero.
Mario era un ragazzino sveglio e sorridente che viveva nella periferia di una grande città. Era il terzo di una famiglia di sei figli ed il più terribile. Rubava arance, costruiva serpenti di pece asfaltata per far paura alle sue sorelle, giocava a pallone in strada e gli piaceva ascoltare vecchie canzoni in dialetto e il rumore del mare accompagnato dal grido dei gabbiani.
Erano tempi di povertà e fame, però il piccolo viveva la sua fanciullezza felicemente, fin quando un giorno, mentre giocava a pallone con i suoi amici in pantaloncini, si rese conto che le voci di chi gridava e lo incitava si allontanavano sempre di più, fino a sprofondare solo nel suo silenzio.
Aveva 10 anni e, ora dopo dieci anni di sua vita “sonora”, poteva ancora vedere i visi gridanti dei suoi amici, quello di sua madre che lo chiamava dal balcone, gli uccelli nel cielo e il trambusto della strada, vederle ma non ascoltarle, tutto per colpa di una malattia incomprensibile per un bambino, che gli aveva portato via come una strega cattiva il suono del suo mondo.
Mario da allora dovette lasciare quel mondo. Gli amici lo prendevano in giro, l’amore dei suoi genitori lo rinchiuse in casa da dove poteva vedere la strada solo attraverso le sbarre del balcone, intorno a lui c’erano sguardi di compassione e soprattutto non poteva più ascoltare la musica, il mare e i gabbiani.
Mario cercò con tutte le sue forze di ribellarsi, voleva ascoltare, gridava, imprecava, supplicava, alcune volte pianse, pregando di svegliarsi da quell’incubo, ma il silenzio già era diventato suo compagno di vita.
Oggi quel ragazzino è un uomo, impiegato in una grande impresa, l’unico della sua famiglia con un diploma, coinvolto in politica e temuto e stimato da amici e nemici. Ha lavorato molto per poter ricostruirsi un mondo dove quello che non può essere catturato per il suono è sostituito da parole scritte.
Le preoccupazioni dei suoi genitori per quel figlio handicappato sono scomparse. Oggi è il modello della famiglia, la sua vita è scandita da periodici, giornali, libri, lotte e vittorie per i diritti dei sordi, congressi, gente che và a chiedergli consigli, uscite in TV, viaggi nel mondo per far capire che un handicap rimane un handicap anche se non si vede.
L’intimità di casa sua è composta da figlie cresciute con ninna-nanne fatte di poesie musicali, da karaoke stonati, da luci che si accendono ad ogni squillo di telefono o campanello, di tentativi di catturare con la mano posta sulle corde vocali dei suoi figli o sopra l’amplificatore della radio, i suoni sfuggenti. Già si è abituato al suo compagno, al nuovo e affascinante linguaggio delle mani, a leggere le labbra, a vivere in un mondo silenzioso ma pieno di sonorità visiva, però quando si affaccia dal balcone per vedere il mare, sorride al passato e mi dice “ascolta i gabbiani” ed io posso rivedere quel ragazzino.
